Il lirismo cromatico di Rosella Aristei, nota critica di Pasquale Tuscano

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Cerimonia inagurale Assisi 2014 (18)Molti di voi, vedendomi presente a una mostra figurativa nella veste di uno che deve dire la sua, si domandano giustamente: ‘A che titolo partecipa Tuscano, lettore di poesia? Che c’entra uno che è conosciuto, diciamo così, come ‘letterato’?’
Più volte invitato, non ho mai accettato d’intervenire nelle inaugurazioni di mostre d’arte. Non è settore di mia competenza. So bene che non bisogna invadere territori che non ci competono, e che, in tali occasioni, il giudizio spetta ai critici d’arte. E, per nostra fortuna, abbiamo di illustri. Uno di questi è Giovanni Zavarella. E se ho accettato di esprimere le mie ‘impressioni’ su questa mostra di Rosella Aristei – più che il mio immutato affetto e la schietta ammirazione per l’allieva di tanti anni fa (una delle tante che mi son venute benissimo!), le cui doti di brillante intelligenza e di fantasmagorica immaginazione conosco benissimo, se ho accettato è responsabile anche l’amico Giovanni. Ciò che avevo intuito dalle rassegne precedenti di Rosella, egli lo esprime lucidamente nella sua ‘presentazione’ del ‘catalogo-antologia’ del 2012. Scrive Zavarella:

Rosella Aristei, personalità poliedrica di rimando rinascimentale laddove insorgeva l’unità delle categorie artistiche, predispone le sue esposizioni mai isolate dai contesti dell’altrui linguaggio espressivo. Tende a soddisfare l’urgenza di un’anima che anela sì alla pittura, ma anche alla parola poetica recitata, alla nota musicale animata, sempre sertate alla simbologia culturale.

Allora mi son sentito chiamato in causa. Ed eccomi qua a precisare – ma quante volte l’ho fatto nella mia lunga carriera di docente! – una cognizione dell’Arte che, non solo lo specialista, ma ogni persona colta, dovrebbe avere sempre ben presente.
Il Novecento, che ci siamo lasciati alle spalle, ma che si continua ai nostri giorni, aveva ritenuto di poter persuaderci dell’ ‘autonomia’ delle arti, della settorialità di esse nel rispetto della loro ‘specificità’. Le prime corifèe furono le cosiddette ‘avanguardie’, che pure ebbero grandi meriti (basti pensare al simbolismo, al surrealismo, al futurismo), e al concetto crociano, spesso volutamente frainteso, dell’ ‘ispirazione pura’, della ‘poesia e non poesia’, della ‘poesia e struttura’, ecc. A parer mio, si tratta di false nozioni dell’arte, dalle quali occorre prendere le distanze se si vuole comprendere pienamente il valore, e il senso, di ogni artista, anche nella sua specificità.
Se è vero – e io ne sono persuaso – che ogni autore (poeta, pittore, scultore, architetto, musicista, ecc.) per essere pienamente inteso dev’essere collocato nel suo tempo, nella temperie storica, culturale, politica, sociale, economica, nella quale visse e operò, ciò è indispensabile per gli autori del Rinascimento, ma lo è anche per quelli delle epoche precedenti non meno che per noi oggi. Non esiste il ‘letterato puro’, l’artista a una dimensione. Certo, i protagonisti dell’Umanesimo e del Rinascimento lo evidenziarono nella maniera più esplicita. Anzi, le coscienze più alte pretesero di essere una specie di macrocosmo della cultura, e furono insieme poeti, scrittori, pittori, matematici, fisici, filosofi, scultori, architetti, musicisti. Il pensiero corre a Leonardo da Vinci, a Leon Battista Alberti, a Giorgio Vasari, a Michelangelo Buonarroti, e l’elenco potrebbe continuare col ‘600, con Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Galileo Galilei e la sua scuola, e almeno fino alla prima metà del ‘700.
Lo stesso metodo storico-critico va tenuto presente per l’età dell’Arcadia, per renderci conto, ad esempio, di come l’opera poetica di Metastasio, di Rolli, di Vittorelli, non sia poi così povera di poesia, come tanta critica ha fatto ritenere, se è stata musicata, tra gli altri, da compositori come Beethoven, Paisiello, Mozart, Verdi.

E sappiamo come non sia possibile valutare pienamente il neorealismo degli anni 1940-1950, che ha dato gli esiti migliori, e riportò la presenza della cultura italiana nel mondo, non nella narrativa, ma nella cinematografia, grazie alla feconda collaborazione di scrittori come Moravia, Alvaro, Marotta, Zavattini, Flaiano, ecc., e con registi come Visconti, De Sica, Gino De Santis, Rossellini, Blasetti, Lattuada ed altri.

Ma, per tornare a noi, l’esempio più alto della corale unità di tutte le arti, l’ha dato Dante con la Commedia, insuperata sintesi delle nove Muse di tutti i tempi e di tutte le letterature. Figlie di Giove e di Memnosine, le Muse (che impersonano la tecnica e l’arte), erano protette, com’è noto, da Minerva (la sapienza) e da Apollo (l’ispirazione). Fin dall’antichità furono ritratte danzanti in cerchio prese per mano: perfetta immagine di corale intesa. Dante, cristiano, le invoca in tutte le tre cantiche perché coralmente lo assistano: nell’Inferno: ‘ O Muse, o alto ingegno, or m’aiutate (II, 7); nel Purgatorio: ‘Ma qui la morta poesì resurga, o sante Muse’ (I, 7-8); ‘O sacrosante vergini, se fami,/freddi o vigilie mai per voi soffersi,/cagion mi sprona, ch’io mercé vi chiami’ (XXIX, 37-38); nel Paradiso: ‘Minerva spira, e conducemi Apollo/ e nove Muse mi dimostran l’Orse’(I, 8-9).
Il Divino Poema le comprende tutte: la Storia, anche quella della quotidianità: chi aveva la fortuna di saper leggere – ed i fortunati erano pochissimi –, ed era ancor più fortunato di aver tra le mani un canto della Divina Commedia, lo leggeva, e lo intendeva, come un notiziario quotidiano; è poi perfetta l’architettura dei tre regni dell’aldilà, che nascono dall’intelligenza del poeta senza alcun riferimento ai modelli precedenti, che non erano pochi, ma Dante sapeva di dover progettare uno suo tutto speciale; così la scultura, la musica (quella che crea lui, e quella che desidera riascoltare. Nel Purgatorio, Casella, col suo canto, manda a tal punto in estasi lui e ‘la masnada fresca’ da far loro dimenticare di continuare il cammino verso la vetta del colle. Deve intervenire il ‘veglio onesto’, Catone, per far riprendere loro ‘subitamente’ la via del monte. Eppure, Dante, tornato al nostro mondo, ci confessa che quella ‘dolcezza ancor dentro gli sona’(II, 114).
E trionfa la pittura, così diversa nei paesaggi delle tre cantiche, specificatamente la figurazione della luce. Si pensi ai colori: nell’Inferno è fatalmente dominante il ‘buio’, il ‘nero’, ‘l’aer nero’, gli ‘angeli neri’, le ‘anime nere’, ma un ‘nero’ che richiede una buona fantasia per poterlo confrontare con quello a noi noto; nel Purgatorio trionfano le albe, le aurore, i tramonti, è un tripudio di colori sfumati senza, tuttavia, che perdano nulla del loro fascino e, direi, del loro profumo: ‘L’alba vinceva l’ora mattutina/ che fuggìa innanzi, sì che di lontano/conobbi il tremolar della marina’(I, 115-118); ‘Già era il sole all’orizzonte giunto/ (…) sì che le bianche e le vermiglie guance (…)/ della bella Aurora/ per troppa etate divenivan rance (II, 1 e sgg.); Matelda, nel Paradiso Terrestre (XXVIII, 40-42), ‘soletta, si gia/cantando e scegliendo fior da fiore/ ond’era pinta tutta la sua via’; il Paradiso è, ovviamente, il regno della luce in tutte le sue gradazioni, fino all’esplosione finale della visione di Dio: ‘Balenò una luce vermiglia’ e ‘parvemi tre giri/ di tre colori e d’una contenenza/e l’un dall’altro come iri da iri/ parea reflesso’ (XXXIII, 110-119).

E, trovandoci in area umbra, sarebbe particolarmente interessante, ad esempio, riscontrare quanto il Perugino deve all’Ariosto. Perugino morì nel 1523. Conobbe sicuramente le due edizioni dell’ Orlando Furioso, del 1516 e del 1521. Angelica rientra nell’Olimpo di quelle figure femminili evocate dal Carducci nel Canto dell’amore :

Le madonne che vide il Perugino
scender ne’ puri occasi de l’aprile,
e le braccia, adorando, in su ‘l bambino
aprir con deità così gentile’.
(Giambi ed epodi: Il canto dell’amore, vv. 93-96).

Donna dal viso luminoso di promesse, ma scaltra, beffarda, ora serena, ora spaventata, da tutti inseguita e desiderata, da Orlando a Rinaldo, da Ferraù a Sacripante, il cuore di Angelica rimane immobile fino all’incontro col soave Medoro. Nella sua fuga, il paesaggio acquista un’importanza straordinaria: si amplia, s’ingigantisce, muta col variare dei suoi stati d’animo. E la selva diventa le selve e, intricati con esse, misteriosi lochi inabitati, ermi e selvaggi. Ogni cosa appare rigorosamente concreta e realistica: i cerri, gli olmi, i ruscelli, la fresca erba del boschetto.
Il vertice dell’armonia della natura lo troviamo scolpito nel giardino di Armida. Qui tutto è concretissimo (prati, boschetti, colli, acque, animali, ecc.) e nello stesso tempo leggero e ineffabile, calato in un’atmosfera trasognata, favolosa e illusionistica che ti prende e ti rapisce.
Proprio come avviene nella produzione artistica di Rosella Aristei, senza, ovviamente, stabilire confronti, specificatamente di ordine estetico, sempre antipatici e fallaci, perché ognuno è sempre se stesso e soltanto se stesso. Ma, proprio come avveniva in quel lontano Rinascimento, nel suo hortus conclusus Rosella, nei momenti più felici delle sue realizzazioni artistiche, sa riportare brillantemente, per conto proprio, un fatto di stile a un fatto di coscienza. In lei poesia e pittura – la ceramica è una sorpresa di questa sera – si attraversano, e si fecondano, esemplarmente. La simbiosi è perfetta. Tale stato di ‘coscienza’ – [per lei, che conosco bene, non mi piace parlare di emozioni tout court, di sensazioni, di sussulti dell’animo] – proiettato nella sua opera creativa, realizzata in un originale lirismo cromatico, non è episodico frutto d’istinto, bensì approdo ragionato e sofferto, calato, come dicevo, un’atmosfera favolosa e illusionistica che ti prende e ti rapisce. Lo dichiara apertamente lei stessa nella ricordata antologia del 2012:
‘La tavolozza è sempre più ricca, pronta per far esplodere ancora un nuovo sentire, un primo piano, un tocco per una margherita, un papavero, un girasole, un fiordaliso, un elemento sconosciuto che mi prende l’anima’ (p. 11).
Ritrovo ciò perfettamente nelle pitture Magia della fiorita a Castelluccio di Norcia; in Esplosione di rosso; in Tramonto divino; in Marina in varietà; in Paesaggio con girasole della sezione Campagne umbre. Creazioni che trovano il loro commento nei versi di Canto d’amore:
Canta silente l’amore
dentro il blu dei fiordalisi,
il bianco delle margherite,
disteso verso l’immensità
del sentire.
Un canto esplosivo,
dolcemente soffocato
dai contrasti
brillanti al sole struggente,
in un abbraccio (p. 20);

e in quelli recenti di Paesaggio, compresi in questa nuova antologia di testi poetici e pittorici:

Tra cielo e terra
sfumano dolci sensi
d’amore vestiti,
ricordi e desideri,
di ieri e di domani,
dove irrompe l’intensità della vita.

La lettura dei versi, che accompagnano le opere di pennello e di spatola, che sa insieme del mestolo dei farmacisti di un tempo (gli speziali) e del bastone di Arlecchino, quindi il serio e il faceto, l’impegnativo e l’ironico, mi riportano alla memoria – anche qui senza peculiari confronti, ma per una mia personale suggestione, il temperamento e il profumo del bello di una delle poetesse più discusse e più affascinanti del nostro Novecento, Sibilla Aleramo. Nella sua poesia si riflette la storia d’una avventurosa esistenza consacrata all’amore, alla libertà, alla bellezza, alla fiducia nella vita, accesa dall’anelito ad un nuovo riscatto civile e sociale dell’intera umanità. Conobbe, nella sua lunga e non facile esistenza, alcuni protagonisti del più autentico mondo artistico del secolo scorso: poeti come Cena, Cardarelli, Campana, Matacotta; intellettuali come Papini, Boine e Gobetti; artisti come Umberto Boccioni. Innamorata dell’Umbria, e di Assisi in particolare, compose tre liriche dedicate a questa nostra città, che comprese nella raccolta Selva d’amore, edita, nel 1947, nella nota Collana ‘Lo Specchio’ di Mondadori. Eccone una, intitolata Ad Assisi:

Un’ala di dolore m’ha riportata
a te, cara, come una rondine fuggiasca.
E vo per il colle radendo l’erba di marzo,
fra i chiari ulivi, fra quest’ombre viola,
dove sempre dissi che vorrei morire,
dinanzi a questa, Assisi,
più vasta d’ogni mare valle soave.

Non so se ci sono riuscito. Volevo dimostrare, con lo stupendo esempio di Rosella Aristei, quanto poesia e pittura sappiano ritrovarsi in perfetta consonanza.
Nelle antiche cronache del Parnaso, non rimane traccia, ch’io sappia, di baruffe, di dissapori o di gelosie, tra le due splendide e brillanti Muse. Neanche quando si aggiunse – e accadde presto – la sorella Musica. Rosella Aristei ce lo testimonia brillantemente, e gliene siamo grati.

Pasquale Tuscano